VIA MAGGI 6 - 2018

L’oggetto della progettazione è stato un edificio residenziale sul sedime di un basso fabbricato con funzione produttiva.
L’edificio si trova all’interno di un lotto di grandi dimensioni definito sui lati lunghi da via Maggi e via Giannone, e sui lati corti da piazza Santissima Trinità e via Bramante, collocato sul bordo di un ambito urbano anticamente denominato “borgo degli ortolani” incastonato tra la direttrice di
via Canonica e la direttrice che usciva da Porta Volta verso nord. 
Da via Maggi n.6 accediamo al lotto passando attraverso due cortili. L’edificio si trova al centro
di uno spazio interno e si confronta sul lato sud e sul lato nord con due edifici molto alti.
Il rapporto più forte in termini spaziali lo istituisce con l’edificio che chiude la prima visuale sul lato sud e con il quale forma una piccola corte interna.
Si tratta di un edificio costruito presumibilmente nei primi decenni del ‘900. La connotazione più
forte di questo fronte è data dalla parte basamentale costituita da uno zoccolo di circa un metro e sporgente più di due metri. Erano le cosiddette “ribalte” utili per il carico/scarico delle merci al
servizio dei laboratori che si affacciavano su di esse.
Nel nostro edificio riprendiamo questa impostazione “altimetrica” e questo filo che diventa l’elemento d’ordine nel disegno dello spazio della corte.

Il progetto prende le mosse da una riflessione critica su uno dei “tipi” architettonici più diffusi in ambito urbano.
La casa pluripiano in condominio (fig.6). Siamo convinti che tanta della “bruttezza” urbana dipenda da questo tipo architettonico introdotto a metà ‘800 e diventato il cavallo di battaglia della smisurata crescita urbana del secondo dopoguerra.
Una scala, un ascensore, un pianerottolo, 3 o 4 unità da disimpegnare, uno schema che può sovrapporsi all’infinito.
Uno schema che ha fatto contenti gli architetti modernisti che in questo schema vedevano un’idea di democraticità, sia gli speculatori edilizi entusiasti di una semplicità che
riduceva i costi.
Per evitare di cadere in questa trappola abbiamo pensato di comporre unità abitative tutte con accesso autonomo dall’esterno. Questa scelta ha comportato di moltiplicare i sistemi di risalita verticale, ma ci ha consentito di evitare quegli impersonali spazi comuni di distribuzione e risalita.

Dal punto di vista linguistico questo progetto persegue l’esplorazione intorno ad uno dei temi che caratterizza di più il nostro lavoro. Il rapporto tra peso e leggerezza in architettura. Si può rendere leggera la pietra? Questa è stata la nostra sfida.
Abbiamo pensato quindi ad una “pelle” staccata dal corpo murario costituita da telai metallici modulari nei quali si alternano tamponamenti in lastre si travertino iraniano e sistemi oscuranti
in acciaio inox in corrispondenza delle superfici vetrate. In mente avevamo certo l’edificio di via Quadronno a Milano di Angelo Mangiarotti (1956-1960) con il suo alternarsi di pannelli e vetrate su una griglia modulare.

L’idea del loggiato al primo livello che crea un netto distacco chiaroscurale e bipartisce la facciata l’abbiamo mutuata invece da un altro maestro dell’architettura milanese, Caccia Dominioni e in particolare dal suo edificio di “piazza S.Ambrogio” (1947-1949).

La facciata nord è un pretesto di riflessione su un altro tema che ci stimola da diversi anni: il retro degli edifici all’interno dei lotti urbani.
Anche in questo caso la degenerazione è avvenuta nel dopoguerra. La corte interna nel nuovo concetto di “condominio” ha perso sia quel ruolo di mediazione tra pubblico e privato che
trovavamo nelle tipologie edilizie popolari di ringhiera, sia il ruolo di spazio estetico capace di commutare e determinare il rango degli edifici borghesi ottocenteschi. Perdendo questo ruolo la corte si è trasformata nel luogo degli “orrori”, è diventata la “stanza di sacrificio”. Sui fronti interni prolificano brutti balconi con stenditoi, strane macchine per il freddo e per il caldo, brutti armadi per le scope.

Il nostro fronte nord si impone come risposta critica a queste riflessioni mettendo in gioco una superficie “tesa” ordinata, connotata dal gioco compositivo delle bucature e dalla forza del colore rosso intenso di cui è rivestita.